BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA VOL.5

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    L’adolescenza: pane e pallone
    Quando nell’ora di educazione fisica i due capitani della classe formavano a turno le squadre per giocare a calcetto, io venivo sempre scelto per ultimo. E nella mia classe c’era uno zoppo. Per la precisione io non venivo nemmeno scelto. Ero la rimanenza, e venivo assegnato al capitano con meno gente in squadra.
    Il mio compito era quello di intercettare le palle degli avversari e tirarle avanti con tutta la mia forza. Spesso le mandavo fuori. Dalla scuola. Certe bestemmie.
    Il mio nemico giurato era lo zoppo. Ce la mettevo tutta a dimostrare che ero più bravo almeno di lui, ma purtroppo mi toglieva la palla con astuzia e violenza. Io però lo battevo in velocità. A volte gli correvo accanto senza tentare nemmeno di rubargli la palla, ma solo per dimostrare la mia superiorità. Ci faceva goal, ma avevo assistito da vicino a tutta l’azione e quindi era un po’ come se avessi segnato anch’io. Una volta per la confusione ho pure esultato.

    So bene la parolina che state pensando, ma io non ero uno sfigato. Potevo essere scambiato per un adolescente socialmente deviato, come tanti altri. Ce ne erano molti coi giubbotti troppo grandi, gli occhiali e le difficoltà relazionali. Rispetto allo sfigato, nella classifica dei perdenti l’adolescente socialmente deviato viene poco più in alto. Io non ero né l’uno né l’altro. Io stavo nel mezzo. Ero il celiaco.

    Essere celiaco è una caratteristica che ti fa accumulare un po’ di punti nella classifica dei giovani perdenti. Succedeva infatti che i tuoi compagni di scuola ti invitavano a casa loro a vedere una partita di calcio mangiando una pizza ordinata a domicilio. Se già avevi il problema di non capirne molto di calcio – e ancora oggi il tuo cervello si rifiuta di comprendere nozioni come quella del fuorigioco – di certo non giovava essere anche l’unico che, invece di ordinare la pizza, ordinava una porzione di patate fritte. E se gli altri, come contorno, prendevano le patate fritte, tu come contorno ti facevi mettere qualche patata in più nella porzione ordinata. Che le patate, a noi celiaci, ci salvano il culo dai tempi di Dicke.

    Non c’erano ancora pizzerie per celiaci nel mio paese. O meglio, ne venne su una quando stavo per finire le medie, ma il proprietario, che era anche il pizzaiolo, se la prendeva con me perché andavo a chiedergli la Margherita sempre di sabato sera quando aveva già tante pizze normali da fare. Provai ad andare di domenica, ma il risultato non cambiava. Me ne diceva di ogni, perché per fare la pizza a me doveva interrompere la preparazione delle pizze agli altri. Una volta andai a prendere una Margherita di martedì, alle otto e mezza di mattina. Finalmente non mi sentii in colpa.

    Crescendo le cose non miglioravano. Si andava tutti al McDonald’s, che a quell’epoca da noi era una novità. Per me cambiava poco… sempre patate fritte mangiavo. In alternativa continuava la visione di partite a casa di compagni di scuola. Le dinamiche erano le stesse: non solo ero l’unico che esultava come un indemoniato per un goal della squadra avversaria, perché non avevo capito che dopo il primo tempo le squadre cambiano campo; ma ero anche l’unico a non avere davanti una birra, ma una coca cola. Alla spina, se proprio volevo fare il figo.

    Le feste di compleanno poi erano una tortura. Mia madre una volta si destreggiò a farmi una torta da portare a tutti i compagni di scuola. Fu una delle mie prime torte… a me piacque tantissimo, al punto che mangiai anche tutte le altre fette che i miei amici, disgustati, lasciarono quasi intatte. Lo dissi a mia madre per farle un complimento, ma solo dopo svariati anni capii che non la prese molto bene.
    Ai compleanni degli altri era ancora peggio: la mamma del festeggiato non sapeva della mia intolleranza, e io ero troppo timido per poterla avvisare prima. Di conseguenza non potevo mangiare mai nulla. O quasi… c’erano sempre le patatine. Benedette!
    Il trauma era quando arrivava quella merda di gioco in cui gli invitati dovevano cercare con la bocca un anello sepolto in un secchio di farina. All’epoca non riuscivo a fare considerazioni sulla scarsezza d’igiene di tale intrattenimento. Pensavo solo che volevo anch’io trovare quel cazzo d’anello che lo zoppo aveva scovato in tempi record. Maledetto!
    Ma io non ci provavo nemmeno, e quando la mamma del festeggiato mi chiedeva il motivo, gli parlavo finalmente della mia celiachia. Lei, mortificata, cercava di riparare dicendomi Tranquillo, appena finiscono vi fate una bella partita a calcetto!
    Una rassicurazione che nella mia mente risuonava bene o male come Non te ne vorrai andar via senza aver fatto ancora una figura di merda?

    P.S. Dopo la partita, per farci riprendere le forze, fu portata la torta. Avendo avuto compassione della mia malattia, la mamma del festeggiato mi fece mettere un po’ di panna montata in un piattino.
    Auguri, Nicola. Ovunque tu sia. Zoppo di merda.

  • ACCIDENTI SE MI PIACE QUESTO BLOG! Per me che mi occupo di comunicazione e gestisco un blog che parla di celiachia, è davvero intrigante. Mi piace il linguaggio, l’autenticità e, per il tipo di scrittura, è l’ideale per diffondere informazioni sulla celiachia. E’ divertente, semiserio e autobiografico, la cosa mi affascina molto, visto che sono anche un’esperta di metodologie autobiografiche.
    Mi trovate sul blog http://www.dialsì.it
    Cristina

    • Ciao Cristina.
      Volevo dare un’occhiata al tuo, di blog, ma mi sa che c’è un errore nel link :)
      Comunque, nel caso passassi ancora di qui, ti ringrazio per la visita e per i complimenti.
      Angelo