BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA, VOL. 6

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    Esodi

    Non so se mi spiego.
    Ho solo venticinque anni, e non mi è capitato di andare spesso all’estero. In generale, però, ho provato a prendere tutte le precauzioni che potevo. Ché sono un tipo previdente, io.
    Era il mio primo viaggio romantico, la prima fidanzata e si partì per Praga. Una destinazione scelta a caso; non ne sapevo assolutamente niente della Repubblica Ceca, né che Praga si trovasse effettivamente in Repubblica Ceca; e a pensarci bene non credo che all’epoca sapessi che esisteva davvero la Repubblica Ceca. Pareva uno stato finto.
    Sono un tipo previdente, dicevo. Stavamo per perdere l’aereo, ma quello non conta. Arrivato a Praga mi si strappò la maglia e non avevo un cambio nello zaino, ma quello non conta. Stavo per farmi fare il cambio monete da un tizio che mi voleva rubare il portafogli, ma quello non conta. A parte questi pochi esempi, lo giuro, sono un tipo previdente.

    Fui fortunato. Prenotai un monolocale vicinissimo alla piazza della Città Vecchia e, sorpresa!, la proprietaria parlava un italiano perfetto. Ne approfittai subito: cacciai dalla tasca un foglietto e le chiesi di scriverci sopra che ero celiaco, che non potevo mangiare la farina, la pasta, il pane; così potevo mostrarlo ai camerieri quando andavo a mangiare fuori… Ora, io non so precisamente come la proprietaria tradusse la frase in Ceco; ma col senno di poi posso capire lo sgomento del cameriere al ristorante, che mi guardava perplesso quella prima sera a Praga; piccolo e smilzo com’ero, davanti a un piatto vuoto, colla maglia stracciata e con un fogliettino che diceva Questo ragazzo è celiaco, non può mangiare pane pasta e farina. Il cameriere prese alcuni spiccioli dalla tasca e me li lasciò commosso nel piatto. Poi mi invitò a lasciare il ristorante.
    Chiarii l’equivoco.
    Il cameriere si scusò, ma non aveva niente senza glutine.
    Gli chiesi se allora potevo tenermi gli spiccioli.
    Mi disse di no.

    In Africa mi sentii una merda. Il piccolo e sconosciuto villaggio di Kelle, in cui ero ospite, aveva i suoi bei problemi. Il cibo scarseggiava e bisognava cucinare per tanta gente; come se non bastasse adesso c’era pure un bianco venuto dall’Italia per aiutare e che invece causava altri problemi facendosi cucinare apposta per lui.
    Sì, insomma, il bianco ero io. Le cuoche, bravissime donne, seppero della mia malattia quando il primo giorno, in onore di noi Italiani, prepararono per tutti la pasta. Sorpresa! Videro che non mangiavo. Si incazzarono con me, e fu un casino spiegare in un francese inventato che ero celiaco. Allora si calmarono. E quelle cuoche, lo giuro, furono gentilissime. In Africa si mangia tanto pesce e tanto riso, quindi risolsero il problema cucinando sempre riso e pesce.
    Tutti i giorni.
    Fui odiato da un villaggio intero.
    Le poche volte in cui si cambiava menu, io ci andavo comunque meglio degli altri perché mi venivano fatte delle pietanze esclusive: patate al forno, fette di carne, cose che toccavano solo a me.
    Ero la vergogna di tutta l’Africa. Ma conservo ancora un tenero ricordo di quelle cuoche che, con tutti i problemi che avevano, riuscivano a risolvere anche il mio.

    (Per chi fosse curioso, in Africa ci andai per girare questo).

    Quest’ultimo finesettimana invece sono stato in Svizzera, finalista con il mio ultimo cortometraggio al Lugano Film Festival. E lo so che non c’entra niente quest’ultima frase, ma sono troppo orgoglioso per non andarlo a dire in giro.
    Ma comunque. In Svizzera c’è questa piccola discrepanza fra il costo medio della vita e i soldi in tasca che ha realmente il sottoscritto, quindi alla fine per mangiare qualcosa e non morire di fame mi sono buttato in un Mc Donald’s.
    Sorpresa! Scopro a malincuore che a Lugano il Mc non fa i panini per celiaci. È stato stranissimo; come se fossi tornato indietro nel tempo, quando quella dei panini senza glutine in Italia è una novità recentissima. Come se fossi entrato in un paese incivile (in termini di celiachia, s’intende). Ho pensato che ci si abitua veramente in fretta ad ottenere quello che per gli altri comuni mortali è la quotidiana normalità.

    Non so se mi spiego.

    (Per chi fosse curioso, qui il cortometraggio finalista a Lugano).

  • sono ancora qui che rido dall’altra sera… troppo divertente e troppo vero :-)