CARTOLINE DALLA LIGURIA #2

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    Qualche tempo fa vi scrivevo di Finale Ligure, preso in  prestito come metafora del grazioso paese turistico che non riesce a soddisfare le esigenze di tutti i turisti.
    Apertamente Vegan Friendly, pareva invece che i celiaci gli stessero sul culo.
    Proprio in Liguria, poi; a un’oretta di distanza dalla sede principale dell’Associazione Italiana Celiachia.
    Ebbene ci sono tornato. E la situazione è un po’ cambiata.
    Cambiata di tanto? Non proprio.
    Ma cambiata in meglio? Me lo direte voi.
    Cambiata in che modo, allora?
    E quante domande, oh? Chi siete, Marco Travaglio?
    Leggete!

    FinalBorgo

    Dunque, se sembro così irritabile il motivo c’è ed è presto detto.
    Sono tornato a Finale e, solitamente, ogni volta che ci torno ho sempre la speranza di trovarla migliorata dal punto di vista dell’offerta celiaca.
    Quest’anno invece ci sono tornato un po’ rassegnato, tanto che per una volta ho detto a Ilaria, la femmina di celiaco che supporta e sopporta questa mia malattia, Stavolta cerchiamo un ristorante che vada bene per te. Io al limite mi accontenterò di qualcosa di non contaminato, se ce l’hanno. È giusto che ogni tanto si vada anche in posti che soddisfino le tue esigenze e non solo le mie.
    Insomma, ho provato a fare un po’ il galante sapendo che, tanto, a Finale non c’era trippa per gatti.
    E invece no!
    Arriviamo alla piazza di FinalBorgo, il borghetto medievale che sovrasta Finale, e leggiamo su una lavagnetta Birra per celiaci. Era la solita, c’era anche la volta scorsa.
    E poi bello sforzo, la birra per celiaci ormai si trova quasi ovunque, anche se l’offerta si limita solitamente alla Daura o alla Peroni.
    Ma non è tutto. Mi volto dall’altra parte della piazza e vedo Aperitivi senza glutine. No! Ma davvero?
    E non è mica finito? Mi volto ancora dall’altra parte della piazza e leggo Pizze e piadine senza glutine.
    Fantastico! Mando a cacare subito la galanteria e costringo Ilaria a venire con me a fare una pizza.
    Ma scusa… prova a dirmi lei, ma sono già entrato in pizzeria e ho già i pugni sul tavolo che stringono forchetta e coltello.

    Certo, prima mi informo sulla pizzeria: in effetti non ha una vera e propria cucina per celiaci, ma si fa portare una pasta di pizza senza glutine fresca che cuoce in un forno ventilato dentro una teglia di alluminio.
    Insomma, come inizio in un paese in cui per celiaci non c’era nulla è già un grande passo avanti!
    La proprietaria mi informa anche che, essendo una pizza fresca portata apposta (non si sa da dove), il prezzo è maggiorato rispetto a quello del menu. Anche questo mi sembra normale e a dire il vero lo fanno quasi tutti.
    Tutto perfetto, quindi. C’era anche la birra (qui invece di Peroni e Daura si serve la Tennent’s)
    Ebbene la pizza arriva e anche quella di Ilaria.

    – Com’è la pizza, Ila?
    – Beh veramente non avevo proprio una grande voglia di…
    – Essì, era proprio quello che ci voleva!

    La pizza non è proprio eccezionale, ma per una serata in compagnia va più che bene.
    Morbida, saporita, il cornicione non è fantastico ma arriviamo di sicuro alla sufficienza. Per un celiaco in un paese ostile è già tanto!
    E allora? Perché sei irritabile se va tutto così bene?
    E perché?
    Perché quando arriva il momento di pagare, la mia margherita di 4,50 euro viene maggiorata del doppio.
    Insomma alla fine spendo 8.50 per una pizza mediocre e la cosa, sarete d’accordo con me, fa girare un attimino le palle.
    Ultimamente sono arcistufo di chi approfitta della nostra malattia per lucrarci su.
    Una pizza a 8.50 non la pagavo nemmeno a Milano, dove ho vissuto per quattro anni e dove i prezzi, si sa, non sono proprio economici. Ed era di gran lunga più buona.
    Quindi benissimo questa timida apertura ai celiaci, ma perché quando si parla di apertura voi commercianti dovete pensare subito ai portafogli?

    PS: Per dover di cronaca, mi dicono che nemmeno la pizza “normale” era niente di che.