AUTOBIOGRAFIA TRAGICA

  • CRONACHE S.G. – NAPOLI

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    È bello anche solo poterlo dire: “torno a casa”.  È il privilegio di vivere altrove e di avere un posto in cui tornare.
    E così, come ogni estate, Jovanotti sforna l’ultima hit da spiaggia, i tg parlano di “Mammamìa quanto fa caldo!”, e io me ne torno a Napoli. A casa mia.

    Il mio appuntamento estivo comporta prima di tutto l’usuale processione di parenti da salutare, che mi accolgono con la verace schiettezza Napoletana (mi hanno detto, nel giro di cinque minuti, sia che sono ingrassato sia che sono dimagrito. E non pensiate che quest’ultimo sia considerato un complimento).

    Ma a onor del vero, prima di salutare loro c’è una cosa che non mi può togliere nessuno: una delle gioie più grandi concesse a noi “Privi di Glutine”. Considerate che il mio treno arriva sempre strategicamente a Napoli per le tre di pomeriggio, così che mia madre si ritrova a pensare che suo figlio, sono le tre di pomeriggio, e ancora non ha mangiato! Una piccola vigliaccata, lo so.
    Arrivo trovando quindi il piatto pronto a tavola, e il piatto pronto a tavola per un nostro tacito accordo mai esplicitato a voce comprende – sempre! – la mozzarella! Spesso anche più di una.
    Morbida, bianca, che appena l’accarezzi con la forchetta sbrodola tutta l’acqua che contiene… altro che la triste gocciolina che si vede in una famosa pubblicità.

    C’è poco da stare a girarci intorno: una delle cose per cui è bello tornare a casa, è il cibo. Quest’anno poi mia madre ha potuto dare mostra delle sue abilità culinarie, perché a casa non ci sono tornato da solo, ma ci ho portato pure Ilaria.
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  • QUELLO CHE LE DONNE DEI CELIACI NON DICONO

    Categorie: autobiografia tragica, Nutrirsi

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    Due post fa, parlando della mia ragazza, scrivevo “Ogni volta che le propongo di andare a cena fuori, lei mi chiede Perché? Cosa ho fatto?”.
    Era una battuta riferita all’enorme pazienza che ha Ilaria nell’accompagnarmi in pizzerie senza glutine che spesso, quando va bene, somigliano a mense da ospedali. Una lettrice mi scrive riguardo a quella frase, chiedendomi se è veramente così un sacrificio far stare bene il proprio partner. A parte che “costringersi a mangiare sempre in pizzerie per celiaci” se non è un sacrificio è comunque un atto parecchio generoso. Ma poi, non è tanto il locale in cui si va… spesso il problema, quando si mangia fuori, è il sottoscritto. Vi spiego.

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  • DACCI OGGI IL NOSTRO PANE SENZA GLUTINE

    Categorie: autobiografia tragica, Nutrirsi

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    ImmagineE insomma, non so bene come dirlo, ché la cosa mi imbarazza un po’, quindi proverò tutto in una volta: è successo che la rivista Celiachia Oggi ha deciso di pubblicare un’intervista di tre pagine al sottoscritto in cui si parla di me, si parla di questo blog, e si parla di provvisorie guarigioni dalla celiachia (da cui, tanto per essere chiari, non si può guarire).
    Chi fosse interessato può trovare la rivista in edicola proprio in questi giorni, e ci sono anche in cantiere possibilità di collaborazione fra il blog e la rivista stessa. Ma è ancora presto per parlarne.

    Piuttosto, adesso che sono un vip, vorrei raccontare un aneddoto sull’intervista che sicuramente interesserà ai miei fan (o almeno a uno dei due): durante l’intervista mi è stato domandato cosa mi manca di più del cibo “normale”. Di botto stavo rispondendo Il pane. Ho assaggiato innumerevoli tipi di pane preconfezionati dalle grandi marche gluten free, ma non ce n’é nessuno che assomigli a quello normale, quello che ad esempio i miei genitori (vedi parentesi di prima) trovano ogni giorno al supermercato. Me la porto dietro da un po’ questa mancanza, quindi quando Carolina Peciola mi ha domandato Cosa ti manca di più del cibo con il glutine?, io non ci ho pensato troppo: il pane. Poi però ho detto Anzi, no. E la Carolina mi avrà preso per un coglione.

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  • BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA, VOL. 6

    Categorie: autobiografia tragica, Bulbasaur, Nutrirsi

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    Esodi

    Non so se mi spiego.
    Ho solo venticinque anni, e non mi è capitato di andare spesso all’estero. In generale, però, ho provato a prendere tutte le precauzioni che potevo. Ché sono un tipo previdente, io.
    Era il mio primo viaggio romantico, la prima fidanzata e si partì per Praga. Una destinazione scelta a caso; non ne sapevo assolutamente niente della Repubblica Ceca, né che Praga si trovasse effettivamente in Repubblica Ceca; e a pensarci bene non credo che all’epoca sapessi che esisteva davvero la Repubblica Ceca. Pareva uno stato finto.
    Sono un tipo previdente, dicevo. Stavamo per perdere l’aereo, ma quello non conta. Arrivato a Praga mi si strappò la maglia e non avevo un cambio nello zaino, ma quello non conta. Stavo per farmi fare il cambio monete da un tizio che mi voleva rubare il portafogli, ma quello non conta. A parte questi pochi esempi, lo giuro, sono un tipo previdente.

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  • I’M HATIN’ IT – OVVERO MAMMA, CHE NE DICI DI UN CELIACO NEL MCDONALD’S?

    Categorie: autobiografia tragica, Nutrirsi

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    Quando ero piccolo si andava tutti al McDonald’s, che a quell’epoca da noi era una novità. Quel locale rosso e giallo gestito dalla statua di un pagliaccio era per noi come un’ambasciata americana; una miniriproduzione di quei villaggi della Nato che fioriscono nelle nostre zone, ma con una differenza non di poco: ci potevi entrare. Perché era più turistico, più giovane e, cosa non secondaria, più economico.

    Nei suoi Happy Meals trovavi statuine e giochini raffiguranti personaggi di film – americani, of course – visti sugli schermi proprio in quei giorni. Il mio primo contatto fisico con il mondo del cinema è stato forse quel modellino svitato di Hercules che stringevo fra le mani fingendo di analizzarne le fattezze, ché ero troppo grande per poterci giocare davanti agli amici e troppo piccolo per non pensare che ci avrei giocato a casa.

    Detto questo, per quanto riguardava il cibo, la situazione per me era pressoché identica a quando si andava in pizzeria… sempre patatine fritte mangiavo.
    E la statuetta di Hercules la persi nell’enorme parcheggio esterno, sotto lo sguardo sornione di quel cazzo di pagliaccio.
    Ci pensai per tutto il lungo viaggio di ritorno, muto, sui seggiolini di dietro. Per me il mc Donald’s era una gran rottura di coglioni. Ma devo ammettere, lasciatevelo dire da un esperto di patate fritte – che Siffredi mi farebbe un baffo se solo parlassimo dello stesso tipo di patate: quelle del Mc sono proprio buone.

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  • NON C’È PEGGIOR CIECO DI CHI È CELIACO

    Categorie: autobiografia tragica, Nutrirsi

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    Oggi molti ristoranti sono attrezzati per poter rispondere al meglio anche alla fame dei celiaci; perlomeno un pacco di pennette rigate senza glutine ce l’hanno un po’ tutti. Ma per molto tempo non è stato così. Quando – per guadagnare qualcosa e illudendomi di avvicinarmi al cinema – facevo l’assistente a un operatore di video per matrimoni, ho potuto girare un po’ per ristoranti. Anche a noi tecnici era offerto il pranzo dagli sposi, ma solo alcuni camerieri mi rispondevano cordiali che non c’era nessun problema e che mi avrebbero portato un piatto di pasta celiaca. Altri mi guardavano spaventati, credendo che stessi facendo loro la supercazzola.

    Di solito i camerieri che mi trattavano meglio erano biondi, grassi, quasi sempre donne. Quando vedevo una grassona teutonica che si avvicinava al tavolo dei tecnici del matrimonio – fotografi, video-operatori, assistenti, tastieristi, strimpellatori più o meno esperti di chitarra o mandolino, storpiatori di canzoni classiche napoletane, tutti rinchiusi in un tavolino all’angolo che non dessero disturbo ai veri invitati – quando la biondona ci si avvicinava gentile coi piatti caldi da distribuire al nostro tavolo, io aspettavo il mio turno e poi, inarcando il viso a cucciolo di cerbiatto a cui hanno appena ucciso il padre, dicevo che No, grazie, io il primo non lo mangio ché non posso, anche se ho fame, non posso; sono celiaco.

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  • BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA VOL.5

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    L’adolescenza: pane e pallone
    Quando nell’ora di educazione fisica i due capitani della classe formavano a turno le squadre per giocare a calcetto, io venivo sempre scelto per ultimo. E nella mia classe c’era uno zoppo. Per la precisione io non venivo nemmeno scelto. Ero la rimanenza, e venivo assegnato al capitano con meno gente in squadra.
    Il mio compito era quello di intercettare le palle degli avversari e tirarle avanti con tutta la mia forza. Spesso le mandavo fuori. Dalla scuola. Certe bestemmie.
    Il mio nemico giurato era lo zoppo. Ce la mettevo tutta a dimostrare che ero più bravo almeno di lui, ma purtroppo mi toglieva la palla con astuzia e violenza. Io però lo battevo in velocità. A volte gli correvo accanto senza tentare nemmeno di rubargli la palla, ma solo per dimostrare la mia superiorità. Ci faceva goal, ma avevo assistito da vicino a tutta l’azione e quindi era un po’ come se avessi segnato anch’io. Una volta per la confusione ho pure esultato.

    So bene la parolina che state pensando, ma io non ero uno sfigato. Potevo essere scambiato per un adolescente socialmente deviato, come tanti altri. Ce ne erano molti coi giubbotti troppo grandi, gli occhiali e le difficoltà relazionali. Rispetto allo sfigato, nella classifica dei perdenti l’adolescente socialmente deviato viene poco più in alto. Io non ero né l’uno né l’altro. Io stavo nel mezzo. Ero il celiaco. (altro…)

  • BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA VOL.4

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    L’Eucarestia (II parte)
    Frequentavo il catechismo quando mi avvicinai all’orecchio della maestrina per dirle che, sì, avevo deciso, avrei fatto il prete. Mi sembrava un lavoro tranquillo, senza eccessivi sforzi, un posto stabile, mi mancava solo un’informazione per valutare appieno il mestiere. Le chiesi Quanto guadagnano i preti? Lei sorrise, e mi disse Non guadagnano niente. Io la presi male. Espressi un laconico e indignato “Ah”, e tornai a posto cancellando il parroco dalla lista dei possibili mestieri da fare da grande.

    In realtà c’erano due cose che la maestrina non mi aveva detto, per ingenuità o per non ledere l’immagine della Curia: uno, che anche i preti una forma di stipendio ce l’hanno; due, che io non avrei mai potuto prendere i voti.
    Ho saputo infatti che dal 1995 la Congregazione per la Dottrina della Fede ha approvato un documento secondo il quale «…i candidati al sacerdozio che sono affetti da celiachia o soffrono di alcoolismo o malattie analoghe […] non possono essere ammessi agli Ordini Sacri».
    No, aspettate, ve lo ripeto: “…che sono affetti da celiachia o soffrono di acloolismo o malattie analoghe…”
    Siamo equiparati agli alcolisti! Per carità diddìo, io non ho niente contro di loro, ma vedere associata la mia malattia all’alcoolismo un po’ i coglioni me li fa girare visto che nessun celiaco, indipendentemente dalla propria forza di volontà, può scegliere di non esserlo.
    – Vuoi ancora un po’ di fette biscottate senza glutine? Sì, proprio quelle lì che le compri e già sono sbriciolate.
    – No, grazie. Ho smesso con la celiachia, non vorrei esagerare.
    Sarebbe una figata.

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  • BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA, VOL. 3

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    L’Eucarestia
    E’ che io facevo un sacco di domande al parroco. Domande curiose, ingenue. Tipo perché non esistono preti femmina, o perché San Gennaro ha tutto quell’oro e non lo si può dare ai poveri.
    Per una strana legge di visi e di cattivi giochi, più domande facevo, più il parroco mi voleva bene. Mi dava ricompense, mi proponeva ruoli importanti nel centro pastorale, e a un certo punto arrivò fino a comprarmi le ostie senza glutine.
    Già perché noi celiaci siamo intolleranti pure al corpo di Cristo. Ma l’Associazione Italiana Celiaci (AIC) è sempre solerte; un giorno prese il pane contenente una quantità di glutine decisamente bassa, lo spezzò, lo diede ai membri della curia dicendo Prendete, questo non sarà il corpo del Santissimo, ma ci assomiglia assai.

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  • BREVE AUTOBIOGRAFIA TRAGICA, VOL. 2

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    Capitolo 2: L’avvento
    Era il compleanno di mia zia e c’era la torta. Io avevo appena un anno e mezzo, e non mi era mai fregato niente dei dolci. Ma quel giorno avevo capito che lo scopo della mia vita era poter assaggiare quel succulentissimo cilindro morbidoso. E appena i parenti la smisero di guardarmi e tenermi sotto controllo, mi arrampicai sul tavolone e l’assaggiai. Iniziò così.

    Da allora sono stato male quasi per un anno intero. Mi son fatto il giro di tutti gli ospedali di Napoli e Caserta, ma i dottori non sapevano che pesci pigliare. Ché all’epoca la celiachia non era così diffusa come ora. E pure ora, nonostante sia diffusissima, c’è ancora poca informazione a riguardo. Basti pensare che io scrivo “celiachia” e WordPress me lo segna come errore.
    Ma comunque… Un dottore disse a mia madre che ero solo stressato. A un anno e mezzo. Ero stressato. Pensate adesso.
    Il bello è che mia madre ci credeva. Mi portò a Sabaudia a farmi rilassare. Credo di essermi fatto le vacanze migliori della mia vita a quella tenera età. Ci fu anche una prozia che ebbe la soluzione su quale potesse essere il problema: qualcuno mi aveva fatto il malocchio!

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