NON C’È PEGGIOR CIECO DI CHI È CELIACO

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    Oggi molti ristoranti sono attrezzati per poter rispondere al meglio anche alla fame dei celiaci; perlomeno un pacco di pennette rigate senza glutine ce l’hanno un po’ tutti. Ma per molto tempo non è stato così. Quando – per guadagnare qualcosa e illudendomi di avvicinarmi al cinema – facevo l’assistente a un operatore di video per matrimoni, ho potuto girare un po’ per ristoranti. Anche a noi tecnici era offerto il pranzo dagli sposi, ma solo alcuni camerieri mi rispondevano cordiali che non c’era nessun problema e che mi avrebbero portato un piatto di pasta celiaca. Altri mi guardavano spaventati, credendo che stessi facendo loro la supercazzola.

    Di solito i camerieri che mi trattavano meglio erano biondi, grassi, quasi sempre donne. Quando vedevo una grassona teutonica che si avvicinava al tavolo dei tecnici del matrimonio – fotografi, video-operatori, assistenti, tastieristi, strimpellatori più o meno esperti di chitarra o mandolino, storpiatori di canzoni classiche napoletane, tutti rinchiusi in un tavolino all’angolo che non dessero disturbo ai veri invitati – quando la biondona ci si avvicinava gentile coi piatti caldi da distribuire al nostro tavolo, io aspettavo il mio turno e poi, inarcando il viso a cucciolo di cerbiatto a cui hanno appena ucciso il padre, dicevo che No, grazie, io il primo non lo mangio ché non posso, anche se ho fame, non posso; sono celiaco.

    Quasi tutte s’intenerivano, e pure se il ristorante non trattava cibo per quelli come me mi portavano comunque qualcosa di alternativo e non deleterio. Altre volte no, me ne dovevo andare in culo io, la celiachia e la mia faccia da cane bastonato. Un giorno una cameriera, anche lei grassa, anche lei bionda, portatrice dei peggiori valori germanici, mi disse che se ero celiaco avrei dovuto pensarci prima e venire al ristorante già mangiato o con un panino. Rimasi allibito. Pensai subito che non poteva essere così crudele, che come minimo era una leghista; quell’accento marcatamente napoletano doveva essere un astuto camuffamento vocale. Comunque – mi disse – comunque vedrò se lo chef può fare qualcosa. E fortunatamente lo chef poté fare qualcosa. La stessa cameriera tornò accigliata vari minuti dopo portandomi un risotto alla milanese. L’ultima beffa leghista ai danni di un celiaco meridionale.

    Un’altra volta, dopo il mio usuale siparietto strappalacrime, una cameriera stapparellò gli occhi e iniziò a biascicare che avrebbe chiesto immediatamente al cuoco. Mentre lo diceva muoveva in maniera schizofrenica una mano davanti ai miei occhi, al punto che io pensavo fosse eccessivamente agitata, probabilmente scema.

    Arrivò lo chef in persona. Mi chiese di fargli capire meglio il problema, perché la cameriera non si era saputa spiegare. Sono celiaco, gli ripeto, stavolta un po’ annoiato e senza melodramma, ché il cuoco era maschio e pure calvo. Quando capì guardò fisso un punto del ristorante scandendo a gran voce Ah, sei celiaco. Non cecato!

    Cecato in napoletano vuol dire cieco. E io che non lo sono potei guardare nel punto del ristorante che stava fissando il cuoco: dietro una colonna di marmo era affacciata una cameriera, la scema di prima, mortificata.
    Ma oggi, lo dicevo all’inizio, le cose sono cambiate. Ogni ristorante decente sa cos’è la celiachia, che sta diventando l’intolleranza più trandy del secolo. E in un mondo in cui i momenti di socialità sono spessissimo veicolati dal cibo, che nei luoghi di ristoro si conosca la celiachia – non dico che cucinino per noi, né che cucinino bene; perlomeno conoscerla – è già un grande passo avanti.