QUELLO CHE LE DONNE DEI CELIACI NON DICONO

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    Due post fa, parlando della mia ragazza, scrivevo “Ogni volta che le propongo di andare a cena fuori, lei mi chiede Perché? Cosa ho fatto?”.
    Era una battuta riferita all’enorme pazienza che ha Ilaria nell’accompagnarmi in pizzerie senza glutine che spesso, quando va bene, somigliano a mense da ospedali. Una lettrice mi scrive riguardo a quella frase, chiedendomi se è veramente così un sacrificio far stare bene il proprio partner. A parte che “costringersi a mangiare sempre in pizzerie per celiaci” se non è un sacrificio è comunque un atto parecchio generoso. Ma poi, non è tanto il locale in cui si va… spesso il problema, quando si mangia fuori, è il sottoscritto. Vi spiego.

    Nelle ultime settimane ho girato un cortometraggio per la Scuola di Cinema. Eravamo agli ultimi giorni di riprese. Le mie forze scemavano; ero stanco, affamato,avevo sonno, ma quella sera avevo voglia di stare con Ilaria con cui non ci vedevamo dall’inizio delle riprese. Lei allora organizza questa cena e ci diamo appuntamento nei pressi del ristorante.

    Quando ci vediamo Ilaria ha addosso una camicetta e una giacca che la fanno ancora più bella. Io torno dal set con una felpa sudata, i capelli sconvolti e due occhiaie da tossico. Lei sembra non farci caso. Chiedo Dove si va?, e apro la bocca pensando di sorridere, ma in realtà il mio ghigno somiglia più alla smorfia deforme che si fa prima di uno starnuto. Ho una fame che mangerei pure il tizio che mi vuole costringere a comprarle una rosa – cosa che mi guardo bene dal fare.
    Mi indica il locale e mi parte un’altra smorfia da malato: il posto che ha prenotato si chiama Zucca e Melone. Il posto di cui avevo bisogno avrebbe dovuto chiamarsi Strutto e Salciccia o qualcosa del genere. Già nella mia mente si affollavano immagini di verdurine grigliate e insalate costose e, notando al suo interno una clientela fatta di gruppi di amiche e qualche coppietta dai fidanzati smorti, mi è venuto subito da dire: dopo cena passo in rosticceria.
    Lei non ne è stata contentissima, ecco.

    Ilaria era perfettamente coordinata ai colori pastello della sala, io sembravo scappato da un centro di recupero. Elegante e solare, sembrava uscita da una canzone. Sudicio e sozzo, sembravo uscito da un cantiere. Con questa mise chiamo il cameriere urlando un po’ troppo per gli standard del locale. E non dico Cameriere: dico “Ragazzo”. Lui avrà poco meno dell’età di mio padre, ma arriva, gentilissimo, e ci porta due menu. Ilaria leggeva i nomi delle portate con golosità. Io strizzavo gli occhi rossi dalla stanchezza per cercare qualsiasi cosa di ipercalorico. Avevo il menu attaccato agli occhi, convinto che avvicinando quei nomi sconosciuti avrei potuto capirne il significato. Borbottavo spazientito. Il Ragazzo attendeva, studiandomi.

    Ilaria cerca di distrarlo. Ordina uno strudel di cipolla e una lasagnetta alle erbe. Tocca a me, e allora io ordino due cose a caso, pronunciandole male. Ovviamente quelle cose a caso hanno il glutine. Allora il vecchio Ragazzo mi fa una lista puntuale di varie delizie culinarie che preparano appositamente per i celiaci, mentre io guardo con espressione bovina la punta del suo naso perché non ho la forza di alzare la testa e guardarlo negli occhi. Mi fa il nome di piatti che devono sicuramente essere per palati fini, perché io non li ho mai sentiti nemmeno nominare. Quando l’elenco è finito io sono ancora lì a guardargli il naso. Dopo attimi di interminabile silenzio in cui Ilaria moriva dall’imbarazzo, io mi risveglio dal coma e chiedo al suo naso se mi fanno una carbonara.
    Ora, prendere una carbonara in un posticino che si chiama Zucca e Melone è proprio un atteggiamento che farebbe gola a chi cerca pretesti per pigliare per il culo noi terroni. Ma il cameriere non si scompone. Me la vanno a preparare.

    Zucca e Melone

    I camerieri sono solo due (credo siano gli stessi gestori del ristorante). Essendo in pochi ci mettono parecchio per portarci i piatti ordinati. Ma io avevo fame, e allora ogni tanto grido Quanto manca?, mentre Ilaria si copre gli occhi.
    Lei è sempre più depressa. Inizia a pensare che non è stata una grande idea. Non sa cosa dire.
    Per rompere il ghiaccio le dico Però!, carino questo Mela e Zuccone. Zucca e Melone, mi corregge lei, senza nemmeno troppa forza. In che senso?, le domando io, completamente rincoglionito.

    Menomale che il Ragazzo arriva a interrompere questa penosa conversazione nonsense. Ilaria aveva preso anche un antipasto, e per ora l’unica a mangiare è lei. Mentre addenta il suo strudel, io la guardo con un’invidia e una fame che sommandosi danno forma a un’espressione di disprezzo nei suoi confronti. Lei se ne accorge; vorrebbe potermi chiedere Ne vuoi un po’?, ma sono celiaco. Allora non le resta che mangiare in fretta e in silenzio per finire prima. Le viene quasi da piangere, e solo allora mi accorgo che la sto guardando male. Penso di avere problemi di autocontrollo.

    Alla buon ora arrivano le altre portate. Ringrazio il Ragazzo con viva contentezza, strappandogli il piatto dalle mani mentre sta ancora servendo Ilaria. Contrariamente ai miei pregiudizi i piatti sono abbondanti e la carbonara era buonissima. Inizio a riprendere colore. Ogni volta che passa il cameriere gli alzo il pollice in segno di entusiastico assenso. Dopo un po’ inizia a non guardare più in direzione del mio tavolo.
    Ilaria non ne può più. Vorrebbe andare via, ma io strillo al Ragazzo di portarmi anche un tagliere di formaggi per chiudermi definitivamente l’appetito. Avevo dimenticato che i camerieri sono in due e quindi ci tocca aspettare un’altra oretta per il nuovo ordine. Stavolta è Ilaria a guardarmi con disprezzo.

    A fine serata io sono sereno ed ho la pancia piena. Lei ha i nervi tesi e quasi non mi saluta. Dopo questa cena la zucca e il melone le fanno schifo. Si vede che vorrebbe dirmi qualcosa, ma qualcosa di brutto. Però lei l’autocontrollo ce l’ha, quindi si trattiene.
    E allora lo dico pubblicamente: ci torneremo da Zucca e Melone, lo prometto. E sarà un po’ più romantico. E metterò perfino la camicia, io che non le indosso mai, ché mi scoccio di stirarle.
    E magari non prenderò da mangiare qualcosa che perfino io so cucinare.